Università: un problema o una risorsa?
Una voce fuori dal coro
3 novembre 2009
sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d'essere buono »
(T. S. Eliot)
Dopo mesi di annunci il Consiglio dei ministri ha licenziato la settimana scorsa un ambizioso disegno di legge di riforma dell’università. Il ddl, che sarà presto presentato in Parlamento, detta misure in materia di governance, reclutamento e stato giuridico dei docenti e dei ricercatori, contabilità, qualità ed efficienza delle università, diritto allo studio. Un disegno di legge giustamente di ampio respiro, anche se, in molte parti, eccessivamente minuzioso. Dal momento che l’università italiana versa da anni in una situazione di stallo la proposta governativa, lungamente attesa dal mondo accademico, è stata salutata, di per sé, positivamente da gran parte dei protagonisti e dei commentatori, ad eccezione di quelli che sono contro per partito preso e di poche altre autorevoli voci. Da parte nostra, già in tempi non sospetti, avevamo manifestato apprezzamento per le intenzioni espresse dal ministro Gelmini, segnalando tuttavia contestualmente l’esistenza di alcuni nodi da sciogliere. Da qui occorre ora riprendere la riflessione, perché, quei nodi sono ancora ben lontani dall’essere sciolti. Non si tratta innanzitutto di discutere i dettagli della riforma, ma la filosofia di fondo che ha ispirato il Governo (e lo ha condizionato fin nei dettagli).
Il limite di questo disegno di legge è presto detto: dal momento che esso si fonda su una lettura parziale della realtà dei fatti le ricette che vi si propongono non sono una risposta adeguata ai problemi che si afferma di voler risolvere. Il punto di partenza di tutto l’impianto è noto (perché libercoli, giornali e televisioni ci hanno bombardato – fin quasi a convincercene – per più di un anno): l’università italiana è un mondo di sprechi e privilegi, di baronie e di corruzione. Ovvio che, se questa è la premessa, lo svolgimento della riforma sarà tutto nel senso di eliminare, o almeno limitare, sprechi, privilegi, baronie e corruzione per evitare – questo è l’unico punto veramente qualificante l’impianto della riforma – inefficienze nell’uso del denaro pubblico, soprattutto in
tempo di crisi economica. Non è che si tratti di un obiettivo sbagliato (è anzi un obiettivo sacrosanto), solo che rappresenta appena una parte del problema. Se l’ansia di contenimento di spesa pubblica diventa invece l’unica lente con cui interpretare tutto si finisce per ridurre l’Università a una questione da ragionieri, si enfatizzano esclusivamente gli aspetti di malcostume, si costruisce un sistema talmente perfetto (sulla carta) da non avere bisogno della libertà degli uomini. Col rischio di concepire un disegno contraddittorio e soffocante.
Così per esempio, la valutazione (a tutti i livelli: degli atenei, dei docenti, degli studenti, ecc.) piuttosto che assumere una funzione premiante, diventa uno strumento punitivo; il finanziamento, invece di considerare l’adeguatezza o meno della contribuzione studentesca, il come attrarre maggiori capitali privati, come ripensare le modalità di distribuzione delle risorse pubbliche in funzione di specifici obiettivi, diventa solo un problema di risparmio; il tema della governance diventa un rimescolamento di carte che non si sa bene che effetti produrrà e anche il reclutamento – che, almeno in taluni aspetti, è forse la parte migliore del ddl – finisce per essere un meccanismo magari meno imperfetto di altri, ma pur sempre aggirabile. Forse la situazione dell’università italiana è un po’ diversa e più articolata di come la descrivono certi giornalisti d’assalto e taluni opinionisti à la carte ed in questa complessità, tra l’altro, rientra anche il ruolo giocato dal “regolatore” di sistema, cioè il Ministero (cui va addebitata, sia detto tra parentesi, una buona fetta di (ir)responsabilità: solo a titolo esemplificativo, si pensi all’istituzione di ben 11 università telematiche tra il 2004 e il 2006).
In questi mesi alcuni studiosi hanno provato a fornire un quadro maggiormente obiettivo della situazione, senza nascondere i limiti, ma anche evidenziando i pregi della nostra accademia in paragone con le altre università europee. Tutti hanno richiamato la differenziazione come parola chiave per un vero cambiamento, ma la loro voce è rimasta inascoltata. Ora tocca al Parlamento e può essere un’occasione preziosa, se non prevarranno logiche lobbistiche, per rimettere positivamente l’università al centro del dibattito. In questo senso ha ragione il Prof. Decleva, presidente della CRUI, quando dice che
si tratta di un’occasione più unica che rara “per chi ha davvero a cuore il recupero e il rilancio dell’università italiana”. Ma la virtù non si impone per legge e il coraggio di cambiare porta con sé la necessità di investire in tutti i sensi e di fornire incentivi veri affinché ciascuno – docenti, studenti, comunità accademiche, ministero – sia spinto a fare del proprio meglio. Un vero cambiamento è possibile solo riscoprendo un criterio ideale che si declina operativamente nelle parole differenziazione, incentivi, investimenti. Il resto è pura propaganda.
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